lunedì 11 febbraio 2013

PARAFRASI DEL SESTO CANTO


Riprendendo coscienza, persa
poco prima a causa del pianto tanto doloroso dei due amanti,
che mi fece abbandonare alla tristezza,
nuovi tormenti e nuove anime tormentate
mi vidi intorno, ovunque mi muovessi
e mi volgessi, ed ovunque guardassi.
Mi trovavo nel terzo cerchio, della pioggia
eterna, maledetta, gelida e violenta;
con ritmo e contenuto mai mutato.
Grossa grandine, acqua torbida e neve
si riversavano sui dannati attraverso quell'aria cupa;
facendo puzzare la terra che ne è imbevuta.
Cerbero, bestia crudele e di forme mostruose,
abbaia in modo rabbioso, come un cane, attraverso le sue tre teste,
sopra le anime dannate immerse in quel fango.
Ha gli occhi rosso sangue, la barba unta e nera,
il ventre largo e le man armate di artigli;
graffia le anime dannate, scuoiandole e squartandole.
La pioggia fa urlare i peccatori come fossero dei cani;
si mettono di lato per proteggere un lato del loro corpo, sacrificando l'altro;
i poveri profani si girano quindi spesso per cercare di attenuare il dolore.
Quando ci vide, Cerbero, demone dell'ingordigia,
aprì le sue tre bocche mostrandoci le zanne;
il suo urlo era tanto rabbioso che ogni parte del suo corpo vibrava.
Virgilio allora si chinò con le mani aperte,
prese del fango, riempiendosi i pugni,
e lo gettò dentro a quelle avide gole.
Come un cane che, abbaiando, desidera avidamente il pasto
e dopo averlo avuto si tranquillizza,
pensando solo a divorarlo, e si affatica nel farlo,
allo stesso modo fecero quelle tre gole sporche
del demonio Cerbero, con le quali stordisce le anime
tanto che esse vorrebbero essere sorde per non sentirlo.
Passammo sopra quelle anime indebolite
dalla estenuante pioggia, e ponemmo le piante dei piedi
sopra quei loro corpi artificiosi che li facevano sembrare persone in carne ed ossa.
Erano tutte quante distese per terra,
ad eccezione di una, che si alzò a sedere non appena
ci vide passare davanti.
"O tu, che viene condotto lungo questo inferno,"
mi disse, "prova a riconoscermi, se riesci:
tu sei nato prima che io morissi."
Ed io gli risposi: "La pena alla quale sei sottoposto
forse ti sfigura tanto che non riesco a richiamarti alla memoria,
così che non mi sembra di averti mai visto.
Dimmi allora tu chi sei, tu che in un luogo tanto dolente
sei stato recluso, e sei sottoposto ad una punizione tale
che, anche se ce ne fosse di peggiori, nessuna sarebbe comunque più disgustosa.
E lui a me: "La tua città, Firenze, che è tanto piena
d'invidia da non riuscire a trovare più posto dove metterla,
mi accolse quando fui in vita.
Voi cittadini mi deste il nome di Ciacco (porco):
ed a causa di quel mio dannoso vizio di gola,
sono stato messo qui, come puoi vedere, indebolito dall'incessante pioggia.
E non sono l'unica anima triste ad essere in questa condizione,
poiché tutte queste che vedi, sono sottoposte ad una simile
punizione per una simile colpa." Rimase poi in silenzio.
Io gli risposi: "Ciacco, la tua sofferenza
mi intristisce tanto da spingermi al pianto;
ma dimmi, se lo sai, a quale destino andranno incontro
i cittadini di Firenze, città divisa in fazioni, con le loro contese;
dimmi se esistono ancora persone corrette; e dimmi il motivo
per cui si trova in così tanta discordia."
E lui mi rispose: "Dopo una lunga situazione di tensione verbale,
inizierà un sanguinoso scontro fisico, e la fazione selvaggia,
i Bianchi, caccerà l'altra, i Neri, con molte perdite.
In seguito i Bianchi dovranno cadere,
entro tre anni, ed i Neri avranno la meglio
con l'aiuto di un principe che ora giunge per mare.
I Neri potranno tenere alte le fronti per lungo tempo,
opprimendo i Bianchi con pesi difficili da sostenere,
per quanto questi piangano e si reputino offesi.
Di persone corrette ce ne sono due di numero, pochissime, ma non vengono ascoltate;
la superbia, l'invidia e l'avarizia sono le
tre scintille che hanno infiammato gli animi dei fiorentini."
Così Ciacco terminò le sue dolorose dichiarazioni.
Ed io ripresi a parlargli: "Voglio ancora altre informazioni da te
e che quindi tu mi faccia dono di altra parole.
Farinata ed il Tegghiaio, che furono persone tanto meritevoli,
Giacomo Rusticucci, Enrico ed il Mosca ed anche gli altri
che misero il loro ingegno al servizio della patria,
dimmi dove posso trovarli e fammeli conoscere:
perché ho un grande desiderio di sapere
se gustano la dolcezza del paradiso o soffrono per l'amaro inferno.
E Ciacco disse: "Loro sono tra le anime peggiori;
peccati di diversa natura li opprimono giù nel profondo inferno:
se scendi tanto in fondo, potrai incontrarli e vederli.
In cambio del mio parlare, quando sarai tornato nel dolce
mondo, ti prego di ricordarmi ai vivi:
non ti dirò altro né ti risponderò oltre."
Detto ciò si mise sul fianco, guardandomi di lato;
mi osservò ancora un poco e poi chinò la testa:
cadde quindi a terra come gli altri compagni accecati dal fango.
La mia guida mi disse: "Non si solleverà più dal fango
fino a che l'angelo della resurrezione non suonerà la sua tromba,
quando arriverà il Giudice supremo, nemico dei malvagi:
ognuno rivedrà allora la sua triste tomba,
riprenderà il proprio corpo e la propria immagine,
ascolterà il verdetto del Giudice supremo, valido per l'eternità."
Attraversammo quella sporca mistura
di anime e di pioggia, a passi lenti,
ragionando un poco circa la vita futura.
Domandai quindi a Virgilio: "Maestro, questi tormenti, queste
pene, aumenteranno dopo la sentenza del Giudice,
verranno ridotte o saranno di eguale intensità?"
Mi rispose: "Domandalo alla tua scienza preferita, la filosofia,
che dice che quanto più l'essere è perfetto,
tanto più è sensibile al bene come al male.
Perciò, sebbene queste anime maledette
non raggiungeranno mai una vera perfezione,
si aspettano di averne di più dopo il giudizio estremo: dopo soffriranno pertanto di più."
Proseguimmo intorno al terzo cerchio,
parlando più di quanto sto riportando;
giungemmo infine al punto dove si scendeva al quarto cerchio:
lì incontrammo Pluto, demonio della ricchezza, grande nemico del genere umano.

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