lunedì 11 febbraio 2013

QUINTO CANTO

      Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.
      Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.
      Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
      vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
      Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.
      «O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,
      «guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
      Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
      Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.
      Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
      La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
      Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
      Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
      E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
      di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
      E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai,
      ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».
      «La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.
      A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per t•rre il biasmo in che era condotta.
      Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.
      L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.
      Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
      Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.
      Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
      I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».
      Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».
      Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
      Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;
      cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.
      «O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
      se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
      Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
      Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.
      Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
      Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
      Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
      Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
      Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
      Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
      Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
      E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
      Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
      Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
       Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
       Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
      la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
      Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
      E caddi come corpo morto cade.


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PARAFRASI DEL TERZO CANTO


"Attraverso me si va nella città del dolore,
attraverso me si va nell'eterno dolore,
attraverso me si va tra le genti dannate.
Fui fabbricata da Dio eccelso mosso da giustizia;
mi fece la Divina potenza,
la suprema Sapienza ed il primo Amore.
Prima di me ci furono solo creature
immortali, ed anche io durerò in eterno.
Abbandonate per sempre ogni speranza voi che entrate."
Queste parole in colore scuro
vidi io scritte nella parte alta di una porta;
perciò io dissi: "Maestro, il loro significato mi fa paura."
Ed egli mi disse quindi, da persona esperta:
"Qui deve essere abbandonato ogni dubbio;
ogni vigliaccheria deve essere qui cessata per sempre.
Noi siamo giunti in quel luogo del quale ti ho parlato,
nel quale vedrai le anime dannate
che hanno perduto Dio, nutrimento dell'intelletto."
E dopo avermi preso per mano
con espressione lieta, che mi diede coraggio,
mi condusse all'interno al misterioso mondo dei morti.
All'interno sentii sospiri, pianti e forti guaiti,
risuonare in quell'ambiente chiuso e cupo,
per i quali mi venne subito da piangere.
Strane lingue parlate, orribili modi di esprimersi,
parole di dolore, intonazioni che esprimevano rabbia,
voci forti e voci deboli, e con esse rumori di mani occupate a percuotere
facevano una gran confusione, che non cessa mai di agitarsi
in quell'aria eternamente buia,
così come la sabbia viene agitata nel deserto dal vortice d'aria che la circonda.
Ed io, che avevo la testa immersa nei dubbi,
chiesi a Virgilio: "Maestro, cos'è questa confusione che sento?
e chi sono queste anime che sembrano tanto afflitte dal dolore?"
E lui mi rispose: "In questa miserabile condizione
vengono tenute le anime tristi degli ignavi, coloro
che vissero, in modo insignificante, senza disonori ma anche senza meriti.
Si trovano qui mischiate a quel cattivo gruppo
di angeli che non furono né ribelli, nella ribellione di Lucifero,
né fedeli a Dio, ma si curarono solo di sé stessi.
Sono stati cacciati dal cielo perché ne rovinerebbero la bellezza,
ma neanche il profondo inferno li accoglie,
perché i dannati potrebbero gloriarsi, sentendosi superiori, della loro presenza.
Dissi allora: "Maestro, a che pena tanto dolorosa
sono loro sottoposti per lamentarsi tanto forte?"
Mi rispose: "Te lo spiegherò molto brevemente.
Costoro non possono sperare di cessare d'esistere,
e questa loro vita senza speranze è tanto spregevole
da renderli invidiosi di qualunque altra sorte.
Il mondo non lascia che si conservi qualche ricordo di loro;
la misericordia divina e la giustizia infernale li rifiutano con disprezzo:
non perdiamo tempo a parlare di loro, osservali solo e procedi oltre."
Ed io, che osservai, vidi una insegna
che girando tra le anime procedeva tanto velocemente
che sembrava non dovesse mai trovare una posizione fissa;
e dietro a le, seguendola, procedeva fila una così lunga
di gente, che io non avrei mai potuto credere
che la morte avesse fatto tante vittime.
Avendo riconosciuto alcune delle anime,
guardai più attentamente e riconobbi l'anima di colui
che per viltà rifiutò la carica papale (Celestino V).
Capii subito e ne fui anche certo
che questa era la schiera dei vili, dei codardi,
che non piacciono a Dio, perché non buoni, e nemmeno ai suoi nemici, perché non malvagi.
Questi disgraziati, che mai furono realmente vivi,
stavano nudi ed erano continuamente punzecchiati
dai mosconi e dalle vespe che si trovavano là con loro.
Le punture facevano scorre sui loro volti sangue,
che, mischiato alle loro lacrime, cadeva a terra ed ai loro piedi
veniva raccolto da vermi schifosi.
Spingendo oltre lo sguardo,
vidi molta gente in riva ad un grande fiume;
dissi perciò a Virgilio: "Maestro, concedimi ora
di sapere chi sono quelle anime e quale legge
le rende tanto desiderose di oltrepassare quel fiume,
come mi sembra di vedere attraverso questa scarsa luce."
Ed egli disse: "Queste cose ti saranno chiare
quando ci fermeremo noi stessi
sulla dolorosa sponda del fiume Acheronte."
Allora, con gli occhi bassi e pieni di vergogna per la risposta ricevuta,
temendo che il mio continuo chiedere non fosse gradito,
mi astenni dal parlare fino a che non raggiungemmo il fiume.
Ed ecco, una volta giunti, venire verso di noi su di una nave
un vecchio, tutto bianco per l'età avanzata,
gridando: "Guai a voi, anime malvagie!
Non sperate di poter mai vedere il cielo:
io vengo per condurvi sull'altra sponda del fiume,
nella notte eterna dell'inferno, al fuoco ed al gelo a seconda della vostra condanna.
E tu che, anima ancora attaccata al corpo mortale, ti trovi qui,
tieniti lontana da questi altri che invece sono già morti."
Ma dopo aver visto che non mi allontanavo,
disse: "Per una altra via, per altri porti giungerai
sulla spiaggia dell'eternità, non puoi passare da qui:
ti deve trasportare una barca ben più leggera di questa."
E la mia guida gli disse allora: "Caronte, non ti tormentare:
fu deciso così in cielo, là dove si può fare
ciò che si vuole, e non domandare altro."
Si placarono quindi le lanose guace
del barcaiolo di quella cupa palude,
che intorno agli occhi aveva occhiaie simili al fuoco.
Mentre le anime che aspettavano sulla riva, stanche  e senza alcun riparo,
impallidirono e batterono i denti per la paura
non appena udirono le dure parole di Caronte.
Bestemmiavano Dio ed i loro genitori,
tutta il genere umano, il luogo e il tempo della loro nascita
ed i genitori dei loro genitori, causa prima della loro nascita.
Si raccolsero quindi tutte insieme,
piangendo forte, sulla riva malvagia di quel fiume,
che attende tutti i peccatori, ogni uomo che agisce senza timore di Dio.
Il diavolo Caronte, con i suoi occhi fiammeggianti,
con un solo cenno raccoglie tutte le anime sulla barca;
colpisce con il remo chiunque si attardi a salire.
Come in autunno le foglie cadono dagli alberi
l'una dopo l'altra, fino a ché il ramo
vede giacere in terra tutte le sue spoglie,
allo stesso modo, quei cattivi discendenti di Adamo
si lanciano dalla riva sulla barca di Caronte una ad una,
ad un suo cenno, come l'uccello spinto dal richiamo del cacciatore.
Quindi procedono in barca su quell'acqua scura,
e non fanno in tempo a scendere sull'altra sponda del fiume,
che una nuova schiera di anime si è già radunata sulla prima sponda.
"Figliolo mio", mi disse in modo cortese il mio maestro,
"quelli che sono morti nel peccato capitale, suscitando l'ira di Dio,
tutti giungono poi qui da ogni parte del mondo;
e sono tutti pronti per oltrepassare il fiume Acheronte,
spinti dalla giustizia divina tanto
che la paura per il loro destino viene tramutata in desiderio.
Da qui non passa mai nessuna anima buona, non dannata;
perciò, se Caronte si lamentò della tua presenza,
puoi ben capire quanto possa essere un buon segno".
Finito questo discorso, la buia campagna dove ci trovavamo
cominciò a tremare tanto forte che il suo ricordo,
per lo spavento, mi fa ancora gocciolare di sudore.
Da quella terra di pianti si sprigionò un forte vento,
che lampeggiò con una luce rossa,
la quale mi fece perdere coscienza;
e caddi quindi a terra come chi improvvisamente è vinto dal sonno.

TERZO CANTO

       "Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
       Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e ’l primo amore.
       Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate".
       Queste parole di colore oscuro
vid’io scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
       Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
       Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
       E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
       Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
       Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
       facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
       E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?».
       Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
       Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
       Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
       E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
       Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidiosi son d’ogne altra sorte.
       Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
       E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;
       e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
       Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
       Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
       Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
       Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
       E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
       ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’io discerno per lo fioco lume».
       Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte».
       Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.
       Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!
       Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
       E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
       disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».
       E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
       Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
       Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude.
       Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
       Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
       Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
       Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,
       similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
       Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna.
       «Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,
«quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese:
       e pronti sono a trapassar lo rio,
ch‚ la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.
       Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
       Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
       La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
      e caddi come l’uom cui sonno piglia.


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PARAFRASI DEL PRIMO CANTO


Nel mezzo del cammino della mia vita, a ormai 35 anni,
mi ritrovai in una selva scura
poiché avevo smarrito la via della giustizia.
Descrivere quella selva è cosa dura, penosa,
quanto selvaggia, intricata ed impraticabile fosse,
tanto che il solo suo pensiero mi rinnova la paura d'allora!
Causa tanta amarezza, poco meno di quella causata dalla morte;
Ma per parlar del bene che vi trovai,
dirò delle altre cose che io vidi là dentro.
Io non so ridire con precisione come vi entrai,
tanto ero pieno di sonno in quel momento, di incoscienza,
in cui abbandonai la via della giustizia.
Ma dopo che fui giunto ai piedi di un colle,
al termine di quella valle oscura,
che mi aveva afflitto di paura il cuore,
guardai in alto e vidi le spalle del colle, i suoi alti pendii,
vestiti, illuminati già dai raggi del Sole che conduce
ogni essere umano lungo la via, la vita, che a ciascuno spetta. 
Allora mi si calmò un poco la paura,
che nel profondo del cuore mi era durata
tutta quella notte trascorsa con tanta pietosa angoscia. 
E come il naufrago, colui che con respiro affannoso,
uscito sulla riva fuori dagli abissi marini,
si volge indietro verso l'acqua infida, pericolosa,
così l'anima mia, che ancor fuggiva per lo spavento,
si volse indietro a riguardare il percorso compiuto,
che non lasciò mai prima di allora superstite.
Poi che ebbi riposato il corpo stanco,
ripresi la via lungo quel lieve pendio deserto,
così che il piede sicuro ere sempre quello più in basso.
Ed ecco, quasi al cominciare della salita, apparire
una lince (la lussuria) agile e molto rapida nei movimenti,
coperta da un manto di pelliccia maculato;
e non smetteva di starmi di fronte,
anzi cercava di impedire a tal punto il mio cammino,
che fui più volte sul punto di tornare indietro.
Era il principio del mattino, tempo
in cui il sole saliva in cielo con quelle stelle, l'Ariete,
che erano con lui quando l'Amore divino  e creatore
impresse il primo moto a quelle belle cose celesti;
così che avevo buon motivo di sperare
riguardo a quella bestia dal variopinto,
grazie all'ora del mattino ed alla dolce stagione primaverile;
ma la mia speranza non fu tanto salda da non spaventarmi
per la vista di un Leone (la superbia) che mi apparve dinanzi. 
Questa belva sembrava avanzare contro di me
a testa alta e spinto da una fame  rabbiosa,
tanto che sembrava che anche l'aria tremasse per paura.
E la vista di una lupa (l'avarizia) che di tutti i desideri più
ardenti sembrava carica nella sua magrezza,
e molti popoli aveva già fatto vivere nel dolore, 
questa lupa mi oppresse tanto l'anima,
con la paura causata dalla sua vista, che persi
la speranza di proseguire nell'ascesa verso la cima.
E come l'avaro, colui che è tutto voglioso di acquistare,
giunto il tempo in cui perde tutto ciò che aveva acquistato,
piange ed ogni suo pensiero non fa che rattristarlo;
tale mi rese quella bestia irrequieta,
che, venendo verso di me, a poco a poco
mi spingeva  nuovamente verso l'oscura selva.
Mentre correvo rovinosamente verso la valle,
dinanzi agli occhi mi comparve un individuo
la cui voce sembrava essere divenuta debole per il lungo silenzio.
Quando vidi costui in quella grande solitudine,
"Abbi pietà di me", gridai a lui, "qualunque cosa tu sia,
o ombra, spirito, o uomo in carne ed ossa!"
Mi rispose lui: "Non sono un uomo, ma un uomo sono stato,
ed i miei genitori furono lombardi,
entrambi di origine mantovana, di Mantova.
Nacqui al tempo di Giulio Cesare, sebbene troppo tardi,
e vissi a Roma al tempo del buon Augusto,
quando ancora venivano adorati déi falsi e bugiardi.
In vita sono stato un poeta ed ho cantato le gesta del devoto
Enea, figlio di Anchise, che giunse in Italia da Troia
dopo che la superba Ilio venne incendiata.
Ma tu perché stai torno alla selva, causa di tanto danno?
Perché non sali lungo il delizioso monte
che è origine e causa di ogni felicità?
"Tu sei allora il famoso Virgilio, la fonte
dalla quale fluisce il grande fiume dell'eloquenza?"
Risposi io a lui tenendo la fronte bassa.
"O onore e luce degli altri poeti,
sia dia mia utilità il lungo studio ed il grande amore
che mi spinse a ricercare le tue opere.
Tu sei il mio maestro ed il mio autore preferito,
se tu solo colui dal quale ho appreso
il mio bello stile che mi dato tanta fama.
Guarda la bestia che mi ha fatto volgere indietro;
aiutami contro di lei, famoso saggio,
perché lei mi fa tremare tutto di paura."
"Conviene che percorri un'altra via",
rispose Virgilio, vedendo che piangevo,
"se vuoi sopravvivere da questo luogo selvaggio;
perché questa bestia, la lupa, a causa della quale tu gridi
di paura, non lascia che nessuno passi attraverso la sua via,
anzi, tanto si oppone da uccidere chiunque ci tenti;
ed ha una natura tanto malvagia e cattiva,
che mai soddisfa la propria ingordigia,
e dopo ogni pasto ha più fame di prima.
Molti sono gli animali con i quali si unisce,
e saranno ancora più numerosi finché il veltro, veloce cane da
caccia, non arriverà e la fare morire con grande dolore fisico.
Questo veltro non si nutrirà né di potere e né di denaro,
ma di sapienza, amore e virtù,
ed avrà origini da umili e bassi parenti.
Egli sarà la salvezza di quella umile Italia
per la quale morì la vergine Camilla,
Eurialo, Turno e Niso a causa delle ferite.
Questo veltro darà la caccia alla lupa in ogni villaggio,
fino a ché non l'avrà fatta tornare nell'inferno,
là dove l'invidia l'ha in precedenza liberata e scatenata.
Perciò io penso e giudico che per te sia meglio
che tu mi segua, io sarò la tua guida,
e ti condurrò via da qui attraverso i regni dell'eternità;
nei quali ascoltai le disperate grida acute dei dannati,
vedrai gli spiriti afflitti sin dai tempi più antichi,
ciascuno dei quali chiede con grida la seconda morte;
vedrai quindi, nel purgatorio, coloro che sono contenti
di stare nel fuoco, perché sperano di salire,
quando sarà il momento, tra le anime beate del paradiso.
Tra le quali poi, se tu vorrai salire in paradiso,
ci sarà un anima più degna di me a guidarti:
ti lascerò con lei prima di lasciarti;
perché quell'imperatore che regna là su in paradiso
essendo stato io, pagano, ribelle alla sua legge,
non vuole che io salga nella sua città.
Domina in ogni luogo e là su comanda;
là si trova la sua città e il suo sublime trono:
oh quanto è felice chi da lui viene ammesso lassù in paradiso!"
Dissi io a Virgilio: "Poeta, io ti prego,
in nome di quel Dio che tu non conoscesti,
affinché possa scampare da questo male e da altri peggiori,
che tu mi conduca in quei posti che ha ora descritto,
così che io possa vedere la porta custodita da san Pietro
e quelle persone che tu dici essere tanto tristi."
A quel punto Virgilio si mosse e lo seguii.

PRIMO CANTO



       Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
       Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
       Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
       Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
       Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
       guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
       Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
       E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
       così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
       Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
       Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
       e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
       Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
       mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
       l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
       Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
       Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
       questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
       E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;
       tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.
       Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
       Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
       Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.
       Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
       Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Iliòn fu combusto.
       Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perch‚ non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
       «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’io lui con vergognosa fronte.
       «O de li altri poeti onore e lume
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
       Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore;
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.
       Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
       «A te convien tenere altro viaggio»,
rispuose poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:
       ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
       e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
       Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
       Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
       Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
       Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.
       Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno,
       ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;
       e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
       A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
       ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.
       In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!».
       E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,
       che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».
       Allor si mosse, e io li tenni dietro.


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L’UNIVERSO DANTESCO


Secondo la cosmologia dantesca di stampo tolemaico, la Terra è al centro. L’inferno è interno ed è a forma di imbuto. La montagna è il Purgatorio. In cima c’è il Paradiso TERRESTRE differenziato dal Paradiso Celeste. Intorno alla Terra si pensava ci fossero nove cieli , mossi ognuno da un gruppo di angeli [intelligenze angeliche, riferimento a Guinizelli]. L’ultimo Cielo è detto PRIMO MOBILE o CIELO CRISTALLINO, sede dei beati. Al di fuori dei Cieli c’è la Rosa dei Beati, il vero Paradiso dove ha sede Dio.
La Terra va guardata al contrario. Gerusalemme indica la Terra. Secondo i medioevali la terra era divisa in due emisferi: emisfero australe, quello delle acque; emisfero boreale, quello del nord. L’inferno si è formato così: in origine c’erano solo angeli che adoravano Dio; ad un certo punto si stacca un gruppo di angeli dissidenti capeggiato da Lucifero, che voleva ergersi a livello di Dio. Egli scagliò Lucifero sulla Terra tanto forte da provocare una voragine. Lucifero rimase metà corpo superiore nell’Inferno e l’altra metà sull’emisfero australe.
La Terra era una massa piatta che galleggiava sul mare. Non si capiva se stesse ferma o meno. Successivamente, Pitagora fu il primo a ritenere che la Terra si muovesse su una circonferenza non più ferma,ma in movimento. Empedocle apportò nella speculazione filosofica (studio filosofico) la questione dei quattro elementi di cui la Terra è costituita (acqua,aria,terra e fuoco). Secondo Empedocle TUTTO l’universo sferico è costituito dai quattro elementi. Democrito riprese questa visione e aggiunse che l’universo era costituito da atomi indivisibili, in base alla sua TEORIA ATOMISTICA.
Aristotele, più grande filosofo greco, fu colui che originò la TEORIA GEOCENTRICA, ossia al centro dell’universo c’è la Terra e tutti gli altri pianeti compreso il Sole girano intorno ad essa. Intorno al 150 d.C. visse ad Alessandria d’Egitto un filosofo greco (dopo la divisione dei Regni Ellenistici,molti greci si trasferirono in Egitto) Claudio Tolomeo, il quale riprese la Teoria Geocentrica di Aristotele e la perfezionò dando origine alla TEORIA COSMOLOGICA ARISTOTELICO- TOLEMAICA (perché la base è quella Aristotelica). Tolomeo riprende la Teoria e ne dà dei punti fermi:
  1. L’universo è sferico.
  2. Al centro c’è la Terra, attorno ad essa girano nove cieli e ogni cielo ha un pianeta. L’ultimo cielo (Primo Mobile) chiude l’universo.
Quindi l’universo, secondo la Teoria Aristotelica- Tolemaica, è finito, chiuso: al di là del Cielo Mobile non c’è più nulla.
Questa teoria è raccolta nell’Almagesto di Tolomeo. Almagesto è un termine arabo per tradurre il titolo greco (traduzione araba) perché coloro che ne hanno diffuso la teoria sono gli arabi. Questa teoria è stata data in auge fino al 1543 d.C. ; nel 1543 perché uno studioso polacco,Niccolò Copernico, diede vita alla cosiddetta Teoria Copernicana (raccolta nel libro DE REVOLUTIONIBUS ORBIUM CAELESTIUM à Circa le rivoluzioni dei mondi celesti). E’ rivoluzionario perché Copernico è stato il primo a spodestare la Terra: la Terra non ha più centralità. Nasce il MODELLO COSMOLOGICO ELIOCENTRICO. La Terra diventa uno dei tanti pianeti che girano intorno al Sole. La Chiesa bandisce la Teoria Copernicana perché spodestando la Terra,dove si collocavano Inferno e Paradiso,metteva in discussione tutta la teoria cristiana. La Teoria Copernicana viene rimaneggiata nel ‘600 da Galileo Galilei e Giordano Bruno, che arrvò addirittura ad affermare che l’universo era infinito. Più recentemente Newton, Einstein e altri studiosi più tardi continuarono a studiare l’argomento. 

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