lunedì 11 febbraio 2013

PRIMO CANTO



       Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
       Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
       Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
       Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
       Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,
       guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
       Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
       E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
       così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
       Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
       Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
       e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
       Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
       mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
       l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
       Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
       Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
       questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
       E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutt’i suoi pensier piange e s’attrista;
       tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.
       Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
       Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
       Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.
       Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
       Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Iliòn fu combusto.
       Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perch‚ non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
       «Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos’io lui con vergognosa fronte.
       «O de li altri poeti onore e lume
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
       Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore;
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore.
       Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
       «A te convien tenere altro viaggio»,
rispuose poi che lagrimar mi vide,
«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio:
       ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
       e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
       Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
       Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
       Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
       Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.
       Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno,
       ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;
       e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
       A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
       ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.
       In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!».
       E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,
       che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».
       Allor si mosse, e io li tenni dietro.


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L’UNIVERSO DANTESCO


Secondo la cosmologia dantesca di stampo tolemaico, la Terra è al centro. L’inferno è interno ed è a forma di imbuto. La montagna è il Purgatorio. In cima c’è il Paradiso TERRESTRE differenziato dal Paradiso Celeste. Intorno alla Terra si pensava ci fossero nove cieli , mossi ognuno da un gruppo di angeli [intelligenze angeliche, riferimento a Guinizelli]. L’ultimo Cielo è detto PRIMO MOBILE o CIELO CRISTALLINO, sede dei beati. Al di fuori dei Cieli c’è la Rosa dei Beati, il vero Paradiso dove ha sede Dio.
La Terra va guardata al contrario. Gerusalemme indica la Terra. Secondo i medioevali la terra era divisa in due emisferi: emisfero australe, quello delle acque; emisfero boreale, quello del nord. L’inferno si è formato così: in origine c’erano solo angeli che adoravano Dio; ad un certo punto si stacca un gruppo di angeli dissidenti capeggiato da Lucifero, che voleva ergersi a livello di Dio. Egli scagliò Lucifero sulla Terra tanto forte da provocare una voragine. Lucifero rimase metà corpo superiore nell’Inferno e l’altra metà sull’emisfero australe.
La Terra era una massa piatta che galleggiava sul mare. Non si capiva se stesse ferma o meno. Successivamente, Pitagora fu il primo a ritenere che la Terra si muovesse su una circonferenza non più ferma,ma in movimento. Empedocle apportò nella speculazione filosofica (studio filosofico) la questione dei quattro elementi di cui la Terra è costituita (acqua,aria,terra e fuoco). Secondo Empedocle TUTTO l’universo sferico è costituito dai quattro elementi. Democrito riprese questa visione e aggiunse che l’universo era costituito da atomi indivisibili, in base alla sua TEORIA ATOMISTICA.
Aristotele, più grande filosofo greco, fu colui che originò la TEORIA GEOCENTRICA, ossia al centro dell’universo c’è la Terra e tutti gli altri pianeti compreso il Sole girano intorno ad essa. Intorno al 150 d.C. visse ad Alessandria d’Egitto un filosofo greco (dopo la divisione dei Regni Ellenistici,molti greci si trasferirono in Egitto) Claudio Tolomeo, il quale riprese la Teoria Geocentrica di Aristotele e la perfezionò dando origine alla TEORIA COSMOLOGICA ARISTOTELICO- TOLEMAICA (perché la base è quella Aristotelica). Tolomeo riprende la Teoria e ne dà dei punti fermi:
  1. L’universo è sferico.
  2. Al centro c’è la Terra, attorno ad essa girano nove cieli e ogni cielo ha un pianeta. L’ultimo cielo (Primo Mobile) chiude l’universo.
Quindi l’universo, secondo la Teoria Aristotelica- Tolemaica, è finito, chiuso: al di là del Cielo Mobile non c’è più nulla.
Questa teoria è raccolta nell’Almagesto di Tolomeo. Almagesto è un termine arabo per tradurre il titolo greco (traduzione araba) perché coloro che ne hanno diffuso la teoria sono gli arabi. Questa teoria è stata data in auge fino al 1543 d.C. ; nel 1543 perché uno studioso polacco,Niccolò Copernico, diede vita alla cosiddetta Teoria Copernicana (raccolta nel libro DE REVOLUTIONIBUS ORBIUM CAELESTIUM à Circa le rivoluzioni dei mondi celesti). E’ rivoluzionario perché Copernico è stato il primo a spodestare la Terra: la Terra non ha più centralità. Nasce il MODELLO COSMOLOGICO ELIOCENTRICO. La Terra diventa uno dei tanti pianeti che girano intorno al Sole. La Chiesa bandisce la Teoria Copernicana perché spodestando la Terra,dove si collocavano Inferno e Paradiso,metteva in discussione tutta la teoria cristiana. La Teoria Copernicana viene rimaneggiata nel ‘600 da Galileo Galilei e Giordano Bruno, che arrvò addirittura ad affermare che l’universo era infinito. Più recentemente Newton, Einstein e altri studiosi più tardi continuarono a studiare l’argomento. 

MAPPA CONCETTUALE


PANORAMA DELL'UNIVERSO


LA STRUTTURA

La commedia nasce:
da una visione cupa e apocalittica della realtà presente;     
- dalla speranza di un cambiamento futuro.
Nel mondo che Dante vede l'ordine divino è sconvolto dalla presenza della corruzione e della violenza.
La situazione presente era:
- crisi dei poteri universali. Ovvero dei poteri dell'impero e della chiesa. L'impero non esercita la sua autorità e non mantiene quindi l'ordine civile. La chiesa pensa solo alla potenza terrena, volendo sostituirsi all'imperatore, così facendo la chiesa diviene corrotta.
- ascesa del ceto borghese. Gli uomini vogliono sopraffarsi a vicenda, così cominciano varie lotte sanguinose.
decadenza dell'antica nobiltà feudale. Non esistono più i valori di cortesia e di nobiltà d'animo.
Tutto ciò scatena una crisi morale.
Per Dante questa crisi equivale alla fine del mondo. Secondo lui la punizione divina non tarderà ad arrivare. Il male sarà sconfitto dal Veltro, un salvatore, che sconfiggerà la lupa ovvero la cupidigia.
Nella Commedia è presente una MISSIONE PROFETICA, dato che Dante ritiene di esser stato investito da Dio della missione di indicare all'umanità la via della salvezza.
Nell'oltretomba possono accedervi solo persone che hanno un determinato scopo, infatti vi entrarono Enea, che doveva fondare Roma, e San Paolo, che era il rappresentante della cristianità. Grazie alla missione profetica che gli era stata affidata anche Dante può accedervi.              
Quindi Dante attraversa i tre regni dell'oltretomba:
- INFERNO  -> sede del male
- PURGATORIO -> purificazione
- PARADISO -> visione di Dio
Con questo poema Dante dirà agli uomini ciò che ha affrontato, così che questi possano ritrovare la diretta via che avevano smarrito. Il viaggio infatti non indica solo la redenzione personale di Dante, ma anche la redenzione dell'intera umanità, che ha come fine la salvezza eterna.
Dante inizia a scrivere la Commedia nel 1307, nel 1319 l'inferno e il purgatorio erano conclusi. Invece il paradiso verrà pubblicato postumo.
La Commedia ha un contatto con il poema allegorico, infatti tutto rimanda a significati a morali e religiosi.
Il modello d'ispirazione per i primi canti dell'inferno è l'Eneide di Virgilio, infatti ricorrono spesso gli stessi elementi come ad esempio l'Acheronte, Caronte, Cerbero, ecc..
E' evidente nel poema l'ammirazione per il mondo antico, dato che Dante sceglie Virgilio, un poeta classico, come emblema della ragione umana.
Caratteristiche stilistiche della Commedia:
il livello è comico, infatti ha un inizio doloroso e un finale lieto
- lo stile è umile indipendentemente che sia usato o no il volgare
- il genere è la commedia anche se in essa confluiscono altri generi come il genere didascalico, il genere allegorico, la profezia apocalittica, la satira sarcastica e il genere enciclopedico, quindi possiamo dire che non appartiene ad un solo genere.
Il poema è sacro perché abbraccia la realtà imperfetta degli uomini e l'eterna verità di Dio.
In Dante è presente il pluristilismo infatti la lingua e lo stile si innalzano all'innalzarsi delle cantiche:
- INFERNO -> Stile aspro (termini dialettali)
- PURGATORIO -> Stile più elevato e nobile (termini plebei, ardui e preziosi)
- PARADISO -> Stile sublime (latinismi, francesismi, neologismi, termini concerti e plebei)
Nella Commedia è presente una simbologia numerica. I numeri ricorrenti sono il 3 e il 10. Il primo indica la Trinità, invece il secondo racchiude in sè sia il 3 che l'1, numeri che indicano il mistero di Dio. Entrambi i numeri sono importanti per la mistica medievale.
Questi numeri ricorrono in tal modo nel poema:
- 3 cantiche
- 3 regni ultraterreni
100 canti (multiplo di 10)
- 9 cerchi (inferno) + 1 vestibolo = 10
- Dannati divisi in 3 sezioni (incontinenti, violenti, fraudolenti)
- 7 cornici + antipurgatorio + paradiso terrestre (purgatorio)
- anime del purgatorio divise in 3 sezioni (amore diretto al male, amore diretto al bene con troppo vigore, amore diretto al male con troppo poco vigore)
- 9 cieli + empireo
- beati divisi in 3 sezioni (amore per Dio mischiato di interessi mondani, amore per Dio manifestato in vita attiva, amore per Dio manifestato in vita contemplativa)